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"Delitto e Castigo" di F. Dostoevskij

Puoi essere appassionato quanto vuoi, ma a volte dedicare tempo alla lettura sembra impossibile.

Mille lezioni all’università (dove personalmente ho rimpianto gli orari idilliaci del liceo), esami da recuperare come se piovessero, la sera torni a casa e non riesci a pensare altro che “cibo”, o “Tv”, certo non ti metti a leggere Delitto e Castigo.

Le mie letture si sono limitate alla bibliografia d’esame fino all’inizio di questa estate, quando un dolorino alla mano, tipo tunnel carpale, mi ha aperto gli occhi: sto davvero tutto il tempo incollata al mio IPhone, voglio tornare a leggere, ma non articoletti sul web, libri veri!

 

Così, a luglio, sopravvissuta ad una dura sessione estiva, ho ordinato in biblioteca Delitto e Castigo.

Magari la trama la conoscono tutti, e d’altronde l’ho scelto perché è molto famoso, però io questo libro l’ho affrontato senza sapere bene cosa aspettarmi, anzi, aspettandomi solo un mattone.

Ero vagamente votata al sacrificio, e avevo tanto da recuperare, dopo quasi due anni in cui non ho mai aperto un libro per diletto.

 

Dostoevskij, bisogna dirlo, non è proprio facile da leggere, e infatti ci ho messo un mese intero, ma penso che dai suoi romanzi si impari a scrivere.

 

Lo studente Raskol’nikov è il protagonista di questa vicenda, accanto a lui vari altri personaggi le cui storie s’intrecciano, quella della madre e della sorella, dell’amico e della prostituta Sof’ja.

Tutto comincia con la premeditazione di un omicidio, lo studente vuole uccidere una vecchia usuraia per derubarla.

Raskol’nikov non è un mostro, è un giovanotto con una cultura, frequenta l’università, ma continuare a studiare comporta grossi sacrifici per lui e quel che resta della sua famiglia, tutto ciò che chiede è la possibilità concreta di svoltare, di vivere serenamente senza gravare sulle spalle dei suoi cari.

 

Io non sapevo se ci sarebbe stato effettivamente un delitto, perché questo romanzo mi ha sempre incuriosito, e per questo non ho mai voluto fare ricerche sulla trama, anche se in genere proprio quando una cosa mi piace vado a informarmene nei minimi particolari.

 

L’autore è capace di farti entrare veramente nel romanzo: tu leggi, e sei lì, vivi la stessa ansia del protagonista, ti ci vuole un attimo poi, per realizzare che non hai motivo di stare in pena, che non stai parlando con un ispettore al quale devi nascondere una malefatta.

Sembra banale e l’ho detto riferendomi a parecchi libri, ma in questo caso l’ho sentito in modo particolarmente forte e ne sono rimasta colpita, succede poche volte di essere tanto coinvolti da un romanzo, posso proprio dire che l’intensità di certe pagine mi ha travolto.

 

Delitto e Castigo esprime i punti di vista dell’autore su temi profondi, come la religione e la salvezza.

L’idea dello scrittore è che soffrire purifichi lo spirito e avvicini a Dio, e questa visione è trasposta sul suo protagonista, che alla fine, guidato anche dalla prostituta menzionata poco fa, cerca di ravvedersi.

Sof’ja ha una fede incrollabile, malgrado tutto, e il suo infame mestiere non è riuscito a corromperla, forse Raskol’nikov ci si affeziona anche per questo.

Avrei voluto che tra di loro andasse diversamente, qualcuno leggendolo sicuramente mi darà ragione

 

Dostoevskij non è esattamente lo scrittore che ti tiene incollato, non qui: sono frequenti le lunghe, precise descrizioni, che rovinano la suspense, e a volte l’analisi del personaggio è talmente profonda da distrarre dalla storia in sé.

Entri nella sua testa, osservi la situazione da dentro, attraverso la sua prospettiva, e quando divaga ti allontani con lui dalla sua realtà.

Quando Raskol’nikov delirava per la febbre, avevo anch’io un leggero mal di testa

Sarà stato il caldo, sarà che l’abitudine a leggere per il puro piacere di farlo non ce l’avevo più, mi si può dire qualunque cosa, ma in tutta onestà devo ammettere che tre o quattro volte ho dovuto tornare indietro a rileggere per carpire tutti i dettagli andati persi nella prima lettura.

 

Parlare di un autore di cui grandi studiosi e letterati si sono tanto occupati mi mette in soggezione, che posso dire io di nuovo, e se facessi gaffe o interpretassi male determinati aspetti di un’opera già discussa, spiegata e analizzata in ogni sua parte?

 

Io ho voluto dire la mia, forse in modo ingenuo, lodando semplicemente le sue indiscusse abilità e sottolineando quali siano i veri punti di forza del romanzo sempre secondo il mio parere, basandomi su una conoscenza dilettantesca dell’autore e della sua produzione in generale.

 

Il piacere di leggere un libro ben scritto, d’altronde, lo può provare anche chi non conosce minimamente l’autore, la corrente letteraria a cui appartiene o il periodo storico, e non credo che studiare tutta la saggistica dedicata o i manuali di letteratura aiutino, ciò che conta è che l’opera riesca a trasmetterci qualcosa.

 

Se lo rileggerei? Certo, perché è geniale nelle sue trovate, perché lo apprezzerei meglio, ma con calma, perché dedicarsi ad un Delitto e Castigo richiede tempo, non te lo porti sotto l’ombrellone, e a dire il vero nemmeno leggerlo prima di dormire era proprio una passeggiata considerato che i colpi di sonno non sono grandi alleati dell’attenzione, insomma devi scegliere il momento giusto e immergerti nella San Pietroburgo ottocentesca.

 

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"La Coscienza di Zeno" di Italo Svevo

Ho voluto leggere questo libro perché l'ho studiato a scuola, e la figura di Zeno Cosini, il protagonista, mi ha molto incuriosito.

Questo romanzo compare nella maggior parte dei programmi di letteratura italiana, e mi sembrava necessario conoscerlo nonostante io non sia un'amante della nostra letteratura, forse si può proprio dire che non la considero.

L'autore è molto affezionato alla tipologia di personaggio inetto, e lo è infatti il suo protagonista Zeno, che per tutto il libro analizza sè stesso in un diario, sotto la guida un dottore che poi, come dice nella prefazione, lo pubblica per fargli dispetto quando questi si sottrae alle cure e smette di scrivere.

Interessante è questa visione del medico che fin dall'inizio si presenta come un personaggio negativo, e la figura stessa del medico, che ricomparirà in tutto il romanzo, non sarà mai vista di buon occhio dal protagonista.

Ho sentito che questa visione dei dottori, e la sfiducia nella psicanalisi in particolare, derivano da un'esperienza diretta di Svevo, il cui cognato si era sottoposto alle cure di nientemeno che Sigmund Freud ma aveva comunque finito per suicidarsi... una storia curiosa.

Il romanzo si divide in capitoli tematici, ognuno riguardante un aspetto della vita di Zeno e non è sempre rispettato l'ordine cronologico, il narratore è il protagonista che in tarda età propone un resoconto della sua vita e ne tira le somme.

Zeno è l'ultimo e il più famoso di una serie di inetti, che riesce però a superare le sue imperfezioni prendendone coscienza, l'inquietudine che gli provoca il suo stato di inetto o malato lo porta a desiderare un cambiamento e ad essere sempre pronto ad un'evoluzione pur di diventare sano.

Anche se è un mattone, vi consiglio di provare a leggerlo!

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"Il giardino delle parole" di Makoto Shinkai

Il Giardino delle Parole
Il Giardino delle Parole

Con questo film sono stata introdotta al mondo degli anime giapponesi, impropriamente identificati dall'italiano/europeo medio come "cartoni animati".

Impropriamente perché gli anime sono il prodotto di una lunga tradizione giapponese, che conferisce all'immagine disegnata una grandissima importanza, e non sono dedicati solo ai bambini ma anche agli adulti. Diciamo che, sì, effettivamente sono cartoni animati, forse però sono un po' più seri, più profondi.

Hanno la dignità di un film, anche se i personaggi sono disegni nati della fantasia di un artista e non attori selezionati da un regista, e non l'avrei potuto dire senza guardarne almeno uno, condizionata dall'idea che potessero essere solo cretinate.

Devo dire che questo anime mi è piaciuto veramente tanto, per lo stile dei disegni, per la musica e, ovviamente per la sua trama.

Piccola avvertenza: fazzoletti a portata di mano. Durante i titoli di coda ho pianto come una fontana.

La storia racconta di un ragazzo, Takao, che sogna di fare il calzolaio e ogni tanto va a disegnare scarpe in un parco marinando la scuola.

Proprio al parco incontrerà la signorina Yukari, che scoprirà essere una professoressa della sua stessa scuola, accusata da alcune studentesse di avere avuto una storia con un allievo.

Gradualmente il rapporto tra i due si evolve, e Takao si accorge di essere innamorato di questa donna tanto più grande di lui, e che in più momenti da l'impressione di aver avuto trascorsi piuttosto burrascosi (questo però l'ho supposto io da alcuni commenti di lei).

Un po' banale forse? Sì, sì, lo so che la storia d'amore prof-studente si è vista e rivista, in tutte le salse, da tutti i punti di vista e in tutte le epoche, però...

Però "Il giardino delle parole" mi ha dato qualcosa in più del solito filmetto, forse per le splendide musiche, forse perché riesce a dare l'illusione dell'amore in modo così potente da farlo sentire anche a chi sta guardando.

Mi sentivo parte della storia, era come se la stessi vivendo io, forse mi è piaciuto tanto perché riesce a creare un'illusione così perfetta che anche chi non è mai stato innamorato potrebbe sentirsi coinvolto.

Siamo portati a parlare di "cartoni giapponesi" storcendo il naso, io non posso dire di essere appassionata di anime (e nemmeno di manga, che sarebbero i fumetti), questo film mi piace non perché è un anime: perché è proprio bello e commovente, tanto che solo ripensarci mi fa sentire l'eco delle emozioni che provavo guardandolo.

Dura veramente poco, ma io nemmeno me n'ero resa conto, per me poteva essere durato quattro ore come venti minuti, ero così assorta che non mi rendevo davvero conto dello scorrere del tempo, e solo tempo dopo averlo visto mi è stato fatto notare che dura solo una quarantina di minuti (quaranta minuti così intensi che giurerei di aver trascorso mezza giornata a guardarlo).

Mi ha lasciato con la voglia di sapere di più sui personaggi, forse è questa curiosità (che cosa ne sarà stato poi, della signorina Yukari?) che mi fa realizzare quanto mi è piaciuto vederlo.

Spero di avere interessato anche voi, provate a guardarlo e a dare una possibilità ad un "cartone giapponese" andando oltre le apparenze!

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"Effi Briest" di Theodor Fontane

Per concludere la trilogia sull'adulterio e il matrimonio nell'800, ecco una recensione, o forse sarebbe meglio dire un commento, a proposito di questo romanzo.

Effi ha solo diciassette anni quando deve lasciare le amiche e i genitori per sposarsi e trasferirsi col nuovo marito lontano dalla casa della sua infanzia, e in pochi mesi smette di essere una ragazzina spensierata e diventa una signora, moglie del Barone Innstetten, ex spasimante della madre (e qui ho messo a tacere la mia perplessità dicendomi che, in fondo, non è così strano per quell'epoca che una madre cercasse di accasare la figlia con un suo ex, anche se comunque questo mi mette i brividi).

Fare la signora nella località di Kessin (Pomerania), non è facile per Effi: non trova amici nella nobiltà locale e il marito, innamorato ma troppo concentrato sulla carriera, la lascia sempre a casa da sola coi domestici.

Ma Effi ha bisogno di amore, più precisamente, Effi vuole attenzioni, e da giovane donna attraente non le è difficile trovare un uomo che la faccia sentire importante: inizia una storia priva di passione con il Maggiore Crampas, una sorta di Don Giovanni (che un po' ricorda l'amante di Madame Bovary) che inizia a frequentare per noia e col quale intraprende una fitta corrispondenza.

Gli Innstetten hanno una figlia, Annie, e per un po' sembra che le carenze di Effi siano state colmate, la storia col Maggiore è finita quando la famiglia si trasferisce lontano, ma la giovane sposa è tormentata dal rimorso e dai sensi di colpa.

Come in Anna Karenina, il tradimento viene a galla, e il marito, a malincuore, la ripudia.

Effi resta sola, privata della figlia che viene cresciuta ricevendo l'educazione prussiana (per dirla in parole povere, si insegna a non esternare i sentimenti, a obbedire...) e potrà incontrarla ancora dopo anni, ma la bambina sarà fredda e distante, questo la distruggerà quando la sua salute sarà già diventata cagionevole.

I genitori, dal canto loro, non la riprendono in casa se non quando è troppo tardi: sono troppo legati alle convenzioni sociali e al codice d'onore prussiano, quindi incapaci di mettere da parte l'orgoglio e di sostenerla pubblicamente dopo che ha disonorato la famiglia.

Non si rendono conto di essere gli artefici della disgrazia della figlia, e nemmeno alla fine se ne assumono la responsabilità.

Mi è molto piaciuto questo libro, soprattutto per la sensibilità quasi impalpabile che l'autore dimostra attraverso Effi, la giovane donna adultera, ma anche l'unico personaggio che si distingue dalla borghesia rigida, ipocrita e opportunista.

La storia è ben scritta, e l'autore sa è sintetico riuscendo comunque a farci conoscere profondamente i personaggi e la loro psicologia.

Lo consiglio, insieme agli altri due del ciclo ovviamente.

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"Anna Karenina" di Lev Tolstoj

"Anna Karenina" di Lev Tolstoj
Anna Karenina
Anna Karenina

Ho amato questo libro.

Trattandosi di un capolavoro della letteratura russa, forse sarebbe stato più indicato introdurre il romanzo dando qualche informazione circa il contesto storico in cui è stato scritto e fare anche qualche commento sull'autore, ma mi ha così appassionata che lo ripeto: ho amato questo libro.

Fa parte di una sorta di trilogia sull'adulterio o sul matrimonio nel 1800, insieme a "Madame Bovary" (che continuo a pubblicizzare e consigliare) ed "Effi Briest" (altro ottimo libro), e come gli altri due romanzi racconta la storia di una donna che trova l'amore al di fuori del matrimonio.

Ma questi romanzi non raccontano "banali" storielle d'amore, perché riescono a darci una visione della società del loro tempo, condannando l'ipocrisia della classe borghese e denunciando la condizione femminile.

Perché Anna, la dolce e affascinante protagonista, è una donna moderna che si innamora di un uomo pur essendo già sposata, e non chiede altro che ciò che molte donne danno per scontato oggi: la libertà.

Libertà di amare, di essere felice, di scegliere con chi desidera passare la sua vita.

Ma questa libertà è possibile solo ad un prezzo altissimo: Anna perde la reputazione di "donna onesta", così come tutte le sue amicizie altolocate e gli agi della posizione sociale del marito, dal quale non riesce ad ottenere il divorzio nemmeno quando mette al mondo la figlia avuta con l'amante.

Anna ama Vronskij, l'uomo che l'ha rovinata, con tutta sé stessa, è incapace di restare lontana da lui anche se sa di poterlo frequentare solo in clandestinità, sembra che questo amore malato sia una droga, ma io credo che lei ami più che altro ciò che lui rappresenta: la libertà.

Ovviamente, Vronskij non può e non vuole darle la libertà, vuole anzi che ottenga il divorzio per poterla sposare, intrappolandola nuovamente in un mondo di doveri, che, benché caratterizzato dall'amore reciproco, non è molto diverso da quello da cui Anna è scappata, ma lei in lui vede la prima persona che ha scelto coscientemente e liberamente di avere nella sua vita.

Anna si è sposata troppo giovane con uomo troppo vecchio e che non amava, per questo vede in Vronskij la salvezza, e si sente viva solo quando è con lui, possiamo quindi noi, lettori, condannarla per questo?

Io proprio non ci riesco: Anna, come tutti noi del resto, ha il diritto di cercare di essere felice.

Molti sanno già che fine farà questa eroina, ma per non rovinare la sorpresa a chi ne fosse all'oscuro, non commenterò il finale.

Senza sbilanciarmi troppo: ho sentito la necessità di scrivere un finale alternativo.

Certo, sarebbe bello avere la maestria di Tolstoj, che riesce a caratterizzare i personaggi con poche parole, quelle giuste, e che sa intrecciare storie diverse, approfondendo le descrizioni anche dal punto di vista psicologico, mostrando una sensibilità abbastanza rara.

In questa recensione ho tralasciato molte cose, ma fare un riassunto di un libro simile mi sembrava inutile e impossibile, perché ogni dettaglio lo rende prezioso e inimitabile, forse è una peculiarità degli scrittori russi riuscire a dare tante informazioni e descrivere in modo così vivido senza mai annoiare il lettore.

Parlando di scrittori russi, consiglio anche Nabokov con"Lolita", che con "Anna Karenina" non ha molto in comune ma resta un ottimo romanzo.

Al prossimo libro!

Non ho forse cercato con tutte le mie forze di trovare uno scopo alla mia vita?
Non ho forse provato ad amarlo, ad amare mio figlio quando già non potevo più amare lui?
Ma è venuto poi il momento in cui ho compreso, in cui non mi è stato più possibile ingannare me stessa, in cui ho sentito che ero viva, che non avevo colpa se Dio mi aveva fatta così per l'amore e per la vita.

"Anna Karenina" di Lev Tolstoj

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"Lolita" di Vladimir Nabokov

"Lolita" è il soprannome della piccola Dolores Haze, dodicenne orfana di padre residente nel NEW England con la madre Charlotte.

A raccontare la sua storia è il narratore Humbert Humbert, quarantenne che dopo una piccola regressione per darci il quadretto del suo vissuto procede a dipingere il ritratto della piccola Lolita.

Humbert è ossessionato dal ricordo di un amore adolescenziale, idealizzato e perduto, per una coetanea. La reciproca attrazione non si era mai potuta concretizzare nell'atto d'amore, poiché la ragazzina muore qualche mese dopo il loro incontro. Questa perdita lo distrugge e condizionerà profondamente la sua vita.

Sviluppa infatti una passione malata per le ragazzine in fase prepuberale, da quelle comuni distingue le "ninfette", seducenti demonietti che ai suoi occhi sono incoscienti del loro potere sensuale e che involontariamente traviano i gentiluomini capaci di cogliere il loro fascino.

Lolita sarà naturalmente la sua vittima oltre che il suo grande amore.

Trovo che la grandezza dello scrittore stia nella sua cura del linguaggio, così perfetto che rimanendone incantati ci si dimentica degli orrori che vengono perpetrati pagina per pagina, si ha l'illusione di star leggendo di una vera storia d'amore, i cui protagonisti condividono un sano e sincero sentimento.

Humbert coinvolge costantemente il lettore, rivolgendoglisi direttamente e cercando di conquistarsi le sue simpatie, questo contribuisce a rendere la lettura scorrevole e interessante.

Non ci si può fermare, si ha bisogno di saperne sempre di più, e Humbert, che sembra fare del lettore il suo giudice, continua a raccontare, giustificando se stesso e le sue azioni, motivando le sue scelte in modo lucido e forse per questo ancora più spaventoso, senza mai tenere in considerazione il punto di vista di Lolita, che non conosce minimamente.

Non sappiamo come lei viva questo dramma, se non attraverso il suo carnefice, che anche se a tratti si vergogna di sé stesso non riesce a contenere la sua natura egoista, continua a usarla e cerca di imporre la sua realtà a Lolita, le cui esigenze sono costantemente ignorate.

Il lettore superficiale condanna il contenuto immorale forse proprio per la mancanza di messaggio positivo, ci sono quelli che poi giudicano il romanzo in base a ciò che hanno sentito qua e la e non si scomodano neanche a leggerlo, convintissimi di sapere di cosa parla il libro e pronti a contestare chi legge per semplice curiosità.

Non cerco un messaggio che voglia educare in un romanzo, anche se altri hanno interpretato l'intera opera come una critica alle forme di totalitarismo che annullano l'individualità.

Trovo che sia una grande storia, forse ne sono convinta anche perché è difficile spiegare la presa che ha avuto su di me, colpisce, come un fulmine, senza bisogno di razionalizzare ciò che questo romanzo mi ha dato lo consiglio caldamente, perché è davvero bello e appassionante

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"Madame Bovary" di Gustave Flaubert

"Madame Bovary" di Gustave Flaubert

"Madame Bovary" è un capolavoro indiscusso del realismo francese e rappresenta un esempio per tutte le altre letterature.

È il primo romanzo di Flaubert, che ha poi dedicato tutta la sua vita alla letteratura, e racconta la storia di una giovane donna ispirandosi ad un fatto di cronaca.

L'intento di Flaubert è infatti quello di riprodurre la realtà nel modo più fedele, di dar l'illusione del vero.

Per i suoi contenuti il romanzo ha dato scandalo: era inaccettabile che si raccontasse una storia incentrata sul tema dell'adulterio.

Si accusò Flaubert di esaltare il tradimento, ma chiunque dopo una lettura anche superficiale del romanzo, può rendersi conto che, attraverso la descrizione della costante e inafferrabile insoddisfazione della sua protagonista, l'autore voglia semmai criticare le scelte di lei.

"Madame Bovary c'est moi" pare abbia detto parlando della sua eroina, e riferendosi al tipo di educazione letteraria che lui ed Emma avrebbero ricevuto.

Non è possibile non affezionarsi ad Emma, ognuno di noi ha dentro un pochino di lei e, più o meno consapevolmente, desidera cose simili a quelle che fanno sospirare lei.

Ammetto di aver amato questo romanzo perché tra le pagine e in Emma ho appunto ritrovato molto di me, oserei dire che mi ha aperto il mio stesso mondo, ed è semplicemente miracoloso che un libro possa sortire un risultato del genere.

Devo riconoscere il genio dell'autore, genio perché ha la capacità di esprimere ciò che la maggior parte della gente nemmeno capisce di provare, e riesce comunque a farlo in modo tale che sia comprensibile a tutti.

Riesce a scendere nel profondo senza bloccarsi al particolare: tutto ciò che Emma vive è praticamente universale e comprensibile a tutti.

Leggo e rileggo questo romanzo ed ogni volta mi emoziona.

Flaubert peraltro è riuscito ad inserire nel suo capolavoro tematiche sociali, cosicché il lettore possa riflettere sul ruolo dei vari personaggi del romanzo (per la stragrande maggioranza appartenenti alla classe borghese) e percepire come il peso della loro posizione sociale gravi su di loro.

Emma porta a galla i problemi delle donne del suo tempo suscitando in me tenerezza di fronte a povere creature che devono restare inermi e passive e vedersi scorrere davanti la propria vita senza poter partecipare granché.

In conclusione Madame Bovary è un romanzo meraviglioso che può darvi più di quanto io riesca ad esprimere e che consiglio vivamente di leggere.

Al prossimo libro!

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"I Malavoglia" di Giovanni Verga

Come recensire un romanzo che è considerato un classico, particolarmente indicato per i programmi di letteratura nelle scuole italiane?

Così dice anche wikipedia.

Non mi sembra abbia senso riassumerlo, sottolineerò i punti fondamentali della trama:i Malavoglia sono i protagonisti della storia, il nome non rispecchia le virtù di questa famiglia di pescatori, che è onesta e laboriosa, infatti è un appellativo scelto per antifrasi secondo la tradizione siciliana... una sorta di presa in giro, un tocco di ironia.

Il romanzo è ambientato in un villaggio siciliano, Aci Trezza, e ripensando alle sensazioni che mi ha dato la lettura, me l'immagino come un posto desolato, dimenticato da Dio... Considerando il fatto che il romanzo fa parte del Ciclo dei Vinti di Verga, posso pensare che l'autore abbia volontariamente dato questa immagine del paese nel catanese.

I Malavoglia, o Toscano, guadagnano solo con la pesca, sono una famiglia numerosa e sinceramente ho fatto molta confusione con nomi e soprannomi, peraltro il libro è scritto usando una narrazione assolutamente impersonale e in gran parte in dialetto...

La famiglia va incontro ad una serie di disavventure, disgrazie: la loro unica fonte di sostentamento, la Provvidenza, imbarcazione che permette loro di pescare, viene gravemente danneggiata da un neufragio, perdendo così il carico di lupini al suo interno, merce su cui il patriarca dei Malavoglia aveva investito tutto.

I Mlavoglia perdono tutto, poco a poco, anche l'onore, i figli e le figlie si disperdono per il mondo, si avverte un leggero senso di desolazione, forse riconducibile al fatto che la cosiddetta modernità sta giungendo a spazzare via il passato del viallgio siciliano e i disastrosi trascorsi della famiglia.

Come faccio ad esprimere un giudizio? L'ho letto nella speranza di imparare qualcosa, anche per approfondire un po' la mia conoscenza della letteratura italiana dei classici, non posso dire di essermici appassionata, è molto lento in certi passaggi, e il fatto di perdermi con nomi e soprannomi a volte molto simili ha necessariamente influito sulla valutazione che ne sto facendo.

In più, la visione del mondo del tutto pessimistica nell'intero romanzo non mi ha certo conquistato. Il messaggio sembra che non si possa migliorare la propria condizione, economica e sociale, che sopravviva solo chi vi si adegua, e recentemente sono troppo ottimista per ritrovarmi in questa idea

Ma è sempre cultura, è un romanzo abbastanza conosciuto e importante per la nostra tradizione letteraria.

Perché non leggerlo"

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