Tra le pagine

Wednesday 18 january 2012 3 18 /01 /Gen /2012 21:40

 

Tre aggettivi: interessante, trascinante, dettagliato

Perché leggerlo? Per vedere come va a finire la storia di Lisbeth Salander e per buttarsi in un'indagine interessante e ben scritta.

 

Il processo a Lisbeth Salander incombe.

Tutte le prove sono contro di lei.

Dalla sua ci sono il suo amico, il mitico Mikael Blomkvist, il fidato capo, Dragan armanskij il direttore della Milton Security, e una manciata di abili hacker.

Tutti i dipendenti di Millennium, il giornale scandalistico fondato da Blomkvist, seguono disperatamente le tracce di Zalachenko, l'uomo responsabile di tutti i problemi di Lisbeth, un disertore russo a cui i servizi segreti negano di aver mai dato asilo politico.

Lisbeth è sua figlia.

L'uomo, nel corso della vita della nostra protagonista e delle sorelle, appariva solo per stuprare e picchiare la loro madre.

Lisbeth, a differenza della sorella Camille, non poteva far finta di niente e si era organizzata per liberarsi per sempre di quel padre violento.

Aveva saltato parecchi giorni di scuola per badare alla madre, ma un giorno il padre era arrivato mente lei non c'era.

Lisbeth l'aveva visto uscire di casa ed entrandovi aveva trovato la madre per terra svenuta.

Allora aveva rincorso il padre e, mentre questo metteva in moto la propria macchina, lo aveva innaffiato di benzina e gli aveva gettato un fiammifero addosso.

L'incendio non era passato inosservato e gli altri abitanti del quartiere avevano chiamato la polizia.

Lisbeth era stata rinchiusa in un istituto a 12 anni, senza aver mai potuto raccontare la sua versione dei fatti.

Zalachenko gestisce ormai da anni un'attività di trafficking, che lascerà in eredità ai suoi figli maschi, ed è responsabile degli omicidi di Dag Svensson, Mia Bergmann e di Nils Bjurman, il tutore di Lisbeth, nel romanzo precedente ("La ragazza che giocava con il fuoco").

Zalachenko è un gangstar furbo e al suo servizio ha Niedermann, uno dei molti figli che ha sparso in giro per il mondo, al quale aveva commissionato gli omicidi.

Niedermann è un omone tutt'altro che raccomandabile che soffre di una malattia rarissima: l'analgesia congenita. Non percepisce il dolore.

Adesso è in fuga, ricercato per l'omicidio di un poliziotto, mentre il padre è in ospedale per delle ferite che Lisbeth gli ha procurato andando a cercarlo nel suo covo segreto, rimendiando anche lei un paio di proiettili nel cranio e sopravvivendo per miracolo dopo essere stata sotterrata viva.

Il gangstar nega di fronte alle accuse dei poliziotti e cerca di spostare l'attenzione sulla figlia, ma Mikael e Dragan non abbandonano Lisbeth, le trovano un abile avvocato, Annika Giannini, la sorella di Mikael, e pedinano tutti coloro che sono implicati nella vicenda.

Questa è la resa dei conti.

Sarete soddisfatti dal finale della saga Millenium, che forse però non era finita, dato che pare che prima della morte Stieg Larsson avesse cominciato un quarto romanzo...

In ogni caso è bello vedere che tutto si risolve e che i "cattivi" ricevono le punizioni che meritano e alla fine tutto va per il meglio

Di Ariel - Pubblicato in : Poliziesco
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Thursday 12 january 2012 4 12 /01 /Gen /2012 19:59

 

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Autore: Stieg Larsson

Tre aggettivi: interessante, coinvolgente, Poliziesco con la P maiuscola.


Perchè leggerlo? Perchè è scorrevole come un telefilm e pieno di imprevisti che catturano la nostra attenzione in modo formidabile.


Mi è piaciuto moltissimo.

Senza dubbio meglio di  "Uomini che odiano le donne", il primo capitolo della saga.

 

Questo romanzo è un poliziesco che coinvolge senza sconcerie inutili, nonostante il tema su cui verte sia il trafficking, ovvero la tratta illegale di prostitute minorenni da paesi dell'est europeo. E' un reato trasportarle (e in molti casi vengono rapite dalle loro famiglie), accoglierle e sfruttarle.

Sembra di avere davanti agli occhi un'inchiesta di polizia, in comune col primo romanzo ha i personaggi, il geniale e affascinante Mikael Blomkvist, che nel precedente non era granchè interessante ma in questo appare intelligente e attivo, e Lisbeth Salander, che è sempre una donna forte, determinata e vendicativa, che riscatta tutte le donne maltrattate ed è quasi sempre mossa da un odio che incuriosisce e affascina.

 

In questo capitolo Lisbeth è la sospettata principale di un'inchiesta per triplice omicidio.

Le vittime sono Dag Svensson, un collaboratore di Millennium, e Mia Bergman, la sua compagna.

In più il suo tutore viene ritrovato morto con un orrendo tatuaggio sul corpo e vengono rinvenute nell'appartamento armi coperte dalle sue impronte digitali.

Tutti gli indizi portano a Lisbeth, che è considerata ancora una psicopatica capace di violenze immotivate, e i media cominciano a infangarla ingiustamente.

Dag, un freelance, aveva venduto al giornale di Mikael un articolo sul trafficking e un libro nel quale aveva raccolto tutte le informazioni che aveva accumulato sull'argomento e stava per essere pubblicato.

A rimetterci sarebbero stati poliziotti, membri del governo e altre personalità rilevanti, accusate di aver approfittato di minorenni mentre al governo emettevano leggi che scoraggiassero il trafficking.

E' proprio il nostro eroe Mikael a ritrovare i cadaveri dei suoi amici, e fungerà da "collegamento" per incriminare Lisbeth Salander. La quale, che non è proprio una sprovveduta e non ha bisogno di nessuno per badare a sè stessa, è nascosta in un nuovo appartamento acquistato con un documento falso a cui la polizia non può risalire in alcun modo.

Lisbeth resta rinchiusa a lungo, finchè non esce dal suo covo per saldare un vecchio, misterioso conto in sospeso.

 

E' un romanzo che prende dalla prima pagina, e anche finendolo non si riesce a sbrogliare la matassa di intricati dettagli, non si riesce del tutto a fare chiarezza e le indagini continuano ad avere dei buchi.

Insomma, bisogna leggere anche "La regina dei castelli di carta", che arriverà tra breve.

E' povero di emozioni, ma è anche questo che piace a chi legge: non fa soffrire, al massimo si può restare allibiti o rabbrividire, ma solo per un secondo, perchè la storia offre continuamente nuovi spunti.

Super consigliato, non serve che leggiate il romanzo precedente per capire questo, che è molto più movimentato e interessante.

Di Ariel - Pubblicato in : Poliziesco
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Thursday 15 december 2011 4 15 /12 /Dic /2011 19:04

 

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Tre aggettivi: lento, finto, interessante

Perchè leggerlo? Per conoscere una parte di storia di cui non siamo molto informati in un romanzo ambientato ai giorni nostri

 

Un romanzo tutto sommato piacevole e scorrevole da leggere, per la trama ricca di sorprese e colpi di scena che lascia sempre il lettore col fiato sospeso.

Il suo stile non mi è piaciuto: sento la mancanza delle congiunzioni.

Questa Margaret Mazzantini è un po' perversa e sembra scrivere con uno stile che non è il suo. Manca di naturalezza, risulta tutto artefatto, ben costruito, come se la trama non fluisse spontaneamente. 

Va bene che il suo è un modo per rendere più immediato il messaggio, ma è proprio necessario che tutte le sue frasi siano stereotipate per ottenere l'effetto impatto? Alle volte ci vuole semplicità.

Sembra una successione di fotografie come a celebrare ogni singola immagine. No Mazzantini, legamele insieme una per una e fanne il solito film su carta: voglio leggere un romanzo e per godermelo dev'essere ben scritto.

E' perversa perchè calca la mano, indugia su tutto quello che c'è di schifoso, sdegnante e ci si sofferma troppo, inutilmemte. Non serve continuare a insistere su un tema quando è già stato ampiamente sviscerato e il lettore resta lì, in attesa del seguito, che non arriva mai perchè la Mazzantini deve accanirsi ben bene su ogni particolare che non offre ulteriori elementi alla storia.

Inizialmente l'effetto degli argomenti schoc dell'autrice scuotono il lettore perchè sgomentano; le immagini forti e dure ne destano l'interesse, poi cominciano a innervosire perchè dà un'infinità di dettagli che non sembrano avere alcuna funzione ai fini della storia. 

Attira l'attenzione con dettagli pruriginosi che in un primo momento ci attraggono e incuriosiscono, ma poi sottraggono valore al tutto perchè sono banali espedienti per vendere e scalare la classifica dello squallore, e ci chiediamo quando ricomincia il racconto.

 

La trama comunque è di quelle che prendono, e a maggior ragione non aveva bisogno di avvalersi di inutili trucchetti per abbindolare i lettori.

 

Si tratta della storia di una donna e di suo figlio.

Tutto comincia con una chiamata di un vecchio amico.

Gemma, la protagonista, è invitata dal vecchio amico bosniaco Gojko ad andare a Sarajevo per una mostra fotografica incentrata sulla guerra a Sarajevo.

Gemma, vagamente scossa dalla chiamata dell'amico con cui non aveva contatti da molti anni, informa il figlio Pietro del breve viaggio che li aspetta.

Il ragazzo è riluttante, ha 16 anni e preferirebbe partire per il mare e fare quello che fanno i suoi amici, ma la madre gioca la carta della curiosità e lo convince a visitare la città in cui è morto suo padre.

Durante il viaggio Gemma ci racconterà del suo passato, segnato da un unico amore travolgente, il fotografo Diego.

 

Ho apprezzato i brani in cui la Mazzantini, o Gemma, parla in prima persona dei suoi sentimenti, sa rendere bene il romanticismo e l'intesa che si crea in una coppia, in modo sintetico, soprattutto quando non è avara di congiunzioni. Se si fosse espressa sempre con tanto slancio come nell'esprimere il sentire di Gemma il romanzo avrebbe avuto uno spessore diverso.

Non acquistatelo: non serve concorrere al buon successo di vendita di questo libro che ha già avuto il suo momento di gloria. Prendetelo in prestito se avete voglia di conoscere qualcosa sulla guerra a Sarajevo. E' un romanzo che mette il lettore al riparo dalla sofferenza a causa dello stile a tratti forzato, artefatto; appare costruito, assemblato per non peccare nella grammatica e perchè risulti chiaro nell'esposizione ma non sembra raggiungere il cuore perchè forse non viene interamente da esso.

Di Ariel - Pubblicato in : Narrativa contemporanea
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IlCappellaioMatto.jpeg Il Cappellaio Matto, personaggio immaginario di Alice nel Paese delle meraviglie di Lewis Carrol.

La tossicità del vapori di mercurio utilizzati per la produzione di cappelli provocava paranoie, allucinazioni e morte       

 

 

 

Bertold-Brecht.jpegRiflessione

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.
 

Bertold Brecht – Berlino 1932

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