Ero in tram un po’ di anni fa e guardando dal finestrino nel tentativo di interpretare la protagonista bella e pensosa di un film romantico ho avuto un’illuminazione quasi degna del personaggio, e mi sono sentita per un attimo grata all’universo per la mia sofferenza, per la determinazione che avevo a tenere acceso un dolore che forse avrei potuto superare.  

Credevo che, se mi fossi semplicemente arresa all’inevitabile guarigione, una parte di me sarebbe morta, restandomi comunque attaccata addosso, l’avrei vista sempre guardandomi alla specchio e mi avrebbe ricordato di quanto ero stata codarda a lasciarla morire solo per tornare a vivere. 

I miei drammi non sono mai stati niente di eccezionale, ma sfogliando i miei ricordi mi fa ridere pensare a quanto mi piaceva viverli profondamente, e ne facevo tesoro immaginando quanto mi avrebbero aiutato a scrivere le mie storie, a toccare cuori di altri. 

Ancora non ne ho conclusa nessuna, di tutte quelle storie cominciate, perché quando le rileggo le trovo ridicole come questi pensieri 

scritti nella sagoma della luna e di un gatto che la guarda e sogna di toccarla, acciuffati in un giorno di dicembre in cui c’era sole e io neanche riuscivo a vederlo. 
 

Mi chiedo se oggi sono capace di guarire, di lasciare andare. 

Poco dopo aver scritto quelle parole, ricordo che ho cominciato una dieta, non perché volessi dimagrire (all’epoca non pensavo ancora che la magrezza fosse l’unica fonte di felicità e amore), ma per deperire. 
La mia sofferenza doveva essere visibile a tutti, ma se qualcuno mi avesse chiesto cosa non andava, avrei risposto che stavo bene, avrei sorriso, e sarebbe stato evidente che ero in piena agonia. 

L’emozione che più mi guida ultimamente è la rabbia, e anche quella è una prigione interessante in cui mi sono cacciata.

La rabbia, il risentimento e la voglia di vendetta arrivano ovunque, toccano ogni ambito della mia quotidianità, tanto che mi sono resa conto che anche ora sto interpretando un personaggio.
La mia rabbia è con me la mattina quando mi vesto, e penso che non posso mettere abiti colorati e femminili, perché voglio essere minacciosa (leggi: voglio essere tenuta) e quindi da mesi vado avanti con le stesse tre felpe nere. 
Cerco di lasciarla sfogare qualche volta, canto canzoni rabbiose, che parlano di rivalsa, ma finisce che sono sempre più arrabbiata di prima. 
La rabbia è con me mentre cammino per strada e devo avere un’espressione abbastanza contrariata da tenere le persone lontane, e quell’espressione di solito la provo nello specchio dell’ascensore, quasi senza rendermene conto. 
La rabbia è con me a lavoro, ogni volta che vedo o subisco un’ingiustizia che mi ricorda tutte quelle che sono venute prima. 
La rivolgo a me stessa quando torno a casa, nel mio tempo libero, perché odio far di tutto per essere accettata, ma non riesco a evitarlo. 
Poco tempo fa ho sognato di dover mangiare una specie di enorme lumacone. 
Lo masticavo, e sapevo che dovevo farlo per qualche motivo che è validissimo per un sogno, mi ricordavo anche che lo avevo già mangiato, faceva schifo, ma ci ero riuscita, e non capivo come mai non ci riuscissi più. 
Insistevo nel masticarlo, ma proprio non ce la facevo a mandarlo giù. 
Ecco che da dentro arriva forte e chiaro un messaggio: io non voglio più mandar giù. 
 

È estenuante. 

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