Ce ne laviamo le mani
L'8 Marzo mi sveglio sempre carica di risentimento.
Ce l'ho con tutte quelle che fanno gli auguri alle "vere donne", con tutte quelle che si definiscono femministe e poi usano parole come "puttana", con tutti quelli che oggi inneggiano alla parità dei sessi e domani riprendono a sputare odio su una donna che fa carriera, con tutti quelli che ci festeggiano oggi e domani tornano alle battute di routine su quanto non sappiamo guidare o parliamo solo di shopping.
Oggi cuoricini su whatsapp, foto-cartolina e gif con le mimose o frasi di femministe famose su Facebook, domani di nuovo saranno accettabili le violenze verbali, le umiliazioni, i giudizi impietosi che oggi condanniamo tanto aspramente.
Ce l'ho con l'ipocrisia.
Sono così stanca di questa situazione che perfino scriverne quasi mi commuove, perché è il mio modo di soddisfare la sete di cambiamento che sento, sono stanca di chi celebra la donna l'8 marzo per alleggerirsi la coscienza e il resto dell'anno se ne frega.
Quest'anno l'ho iniziato con l'intento di essere la persona migliore che potevo, di non perdere occasione di fare un commento positivo o di esprimere un incoraggiamento sincero, anche quando voleva dire rivolgerlo a qualcuno che non mi va tanto a genio, e oggi più che mai voglio ricordarmi che quello che do, prima o poi, in qualche modo, mi tornerà.
La rabbia c'è, e tante volte vorrei sapermi estraniare da certe ingiustizie, specie quando non ne sono colpita direttamente, vorrei riuscire a non soffrirne, a non sentirmene responsabile o a non provare senso di colpa perché io sono fortunata e qualcun altro no, però non ci riesco, e reagisco nell'unico modo che conosco: la protesta.
Sono pure vigliacca, se vogliamo, perché non manifesto e non faccio sciopero, e la mia "lotta" personale si combatte con le parole, coi discorsi, ma sono convinta che a volte queste siano anche le armi più efficaci.
Un uomo che ignora cosa sia il femminismo, cosa devono subire le donne, in un corteo di una manifestazione vede solo donne invasate che bruciano reggiseni, se non ci fermiamo a spiegare, a ragionare, tutte queste proteste sono inutili.
Non dovremmo stare qui a parlare di questo, vero? Dovrebbe essere scontato il rispetto, in fondo è senso civico, è un briciolo di umana sensibilità, capacità di empatia tale per cui immaginare che un altro soffra o sia oppresso fa stare male anche te, e questo è un articolo noioso che va ad infierire su una giornata che viene già sfruttata all'inverosimile per diffondere mille messaggi diversi.
Ogni anno voglio scrivere dell'8 Marzo, forse perché sono abbastanza vanitosa da credere che le mie parole riescano a sensibilizzare qualcuno, ma non sono mai riuscita a mettere da parte il risentimento per condividere in maniera razionale le riflessioni che questa giornata suscita in me.
Sarà una goccia nel mare, questo articolo, lo so.
Ma per me è già significativo.
Perché non posso lavarmene le mani o stare zitta quando mi rendo conto che spesso tra donne non riusciamo ad essere solidali o che dobbiamo sminuire e insultare chi è diverso per non sentirci in errore noi.
Il mio augurio è per tutti, uomini e donne: cercate di stare bene con voi stessi, di essere sereni, perché chi è sereno non ha voglia né di giudicare né di opprimere gli altri, anzi, cerca di dare, di trasmettere energie positive, che ci migliorano e che insieme (ma anche da sole!) poco alla volta cambiano il mondo.
Cambiamo il paradigma che ci vuole uno contro l'altro, alla ricerca della supremazia di un sesso, di un modello comportamentale o di un ruolo su un altro, facciamo quel che ci mette allegria ogni volta che possiamo e cerchiamo di sfruttare ogni cosa che la vita ci da per imparare qualcosa, proviamo a gioire dei successi degli altri senza pensare che portino via qualcosa a noi.
Vi abbraccio.